Fed, rialzo tassi: perché il mercato ha cambiato idea in una settimana

Il 90% di probabilità attribuito dai futures a un rialzo di 25 punti base il 16 settembre non è la notizia. La notizia è che sette giorni fa oltre due terzi degli economisti interpellati da Reuters si aspettavano una pausa, mentre oggi l'85% prevede l'aumento: il consensus sui rialzi è passato da meno di un terzo a oltre quattro quinti in una settimana. Sotto la superficie c'è un cambio di dottrina della Fed: i rincari non vengono più trattati come shock temporanei, e il mercato ha dovuto riscrivere le aspettative su tassi e Treasury decennale.

Il consensus è passato da pausa a rialzo quasi certo

L'85% degli economisti interpellati da Reuters stima un aumento di 25 punti base che porterebbe i Fed Funds al 3,75%-4%; i futures assegnano al rialzo circa il 90% di probabilità. Sette giorni prima, oltre due terzi degli economisti prevedevano invece una pausa.

Il balzo si misura così: se più di due terzi attendevano una pausa, meno di un terzo stimava un rialzo. Il passaggio da quella quota all'85% vale oltre 50 punti percentuali in sette giorni, una velocità di riprezzamento rara. Per Gabriel Debach, market analyst di eToro, "il rialzo di settembre è ormai quasi interamente incorporato nei prezzi". Il nodo è un altro: capire se settembre rappresenta "un episodio isolato oppure il primo passo di una nuova sequenza".

I rincari non sono più shock "one-off": cosa ha rotto la dottrina

L'inflazione di agosto si è fermata al 3,4% annuo, con un +0,4% su base mensile, una componente core persistente e un Pce — l'indice che la Fed privilegia — vicino al doppio del target del 2%. L'inflazione resta sopra l'obiettivo da oltre cinque anni: il 3,4% sta 1,4 punti percentuali sopra il 2%.

Il confronto con sei mesi fa spiega il cambio di passo. A marzo 2026, un mese dopo l'inizio della guerra con l'Iran e con il greggio vicino ai 100 dollari, il funzionario Fed medio prevedeva ancora un taglio dei tassi nel 2026 e un altro nel 2027. La lettura dominante era che i rincari fossero temporanei e si potessero "guardare oltre". Oggi il greggio resta sopra i 100 dollari al barile, il diesel è a 6 dollari al gallone, la chiusura temporanea dell'oleodotto Est-Ovest saudita toglie visibilità sulla discesa dei prezzi energetici e la scorsa settimana sono arrivati nuovi dazi sul Canada.

Kevin Warsh, nel discorso di Jackson Hole, ha fissato il criterio: se la Fed non fosse sicura che l'inflazione sottostante stesse diminuendo, avrebbe "work to do". Il dissenso di Neel Kashkari, presidente della Fed di Minneapolis, mostra dove si è spostato il baricentro del comitato: inizialmente convinto di poter ignorare un aumento una tantum dei prezzi da shock dell'offerta, oggi scrive di credere sempre più che la politica monetaria abbia un ruolo da giocare contro "a series of successive supply shocks that might lead to entrenched higher inflation".

Dot plot e credibilità di Warsh: dove si decide la partita

La decisione del 16 settembre è la parte meno informativa della riunione. L'attenzione è sulla mediana delle proiezioni sui tassi per il 2026 contenuta nel dot plot e sul messaggio che accompagnerà il voto: correzione dopo una pausa o nuovo ciclo restrittivo.

Grafici finanziari in inversione di tendenza, simbolo della volatilità dei tassi Fed e del cambiamento di mercato
Le aspettative del mercato sui tassi della Fed si capovolgono in una sola settimana: un'inversione di consensus senza precedenti.

Per Luca Simoncelli, Investment Strategist di Invesco, "la vera questione sarà capire quante altre mosse la Fed intenda lasciare sul tavolo". Lo scenario più probabile resta quello di un solo ulteriore rialzo, ma il margine rispetto all'ipotesi di due mosse è ormai ridotto: poche previsioni riviste bastano a cambiare la lettura del mercato. Diane Swonk, chief economist di KPMG, lo formula senza giri di parole: "Un rialzo di 25 punti base potrebbe essere la prima mossa, non quella conclusiva", e l'unica strada sostenibile per un calo dei costi di finanziamento passa dal controllo dell'inflazione.

Per Scott Anderson, chief U.S. economist di BMO Capital Markets, in gioco c'è la credibilità stessa dell'istituto: "La Fed deve dimostrare di fare seguire ai toni restrittivi un'azione concreta", altrimenti il mercato potrebbe spingere ancora più in alto la curva dei Treasury. Roger Ferguson, ex vicepresidente della Fed, ha detto che tutto indica settembre come il momento giusto per muoversi, se Warsh e i colleghi vogliono mantenere credibilità.

Sullo sfondo resta la Casa Bianca: Donald Trump ha ribadito che gli Stati Uniti dovrebbero avere "il tasso di interesse più basso al mondo". Jonathan Millar, senior U.S. economist di Barclays, prevede due rialzi nell'anno e osserva che "alla fine il presidente Usa, Donald Trump, comincerà a rivolgere la sua ira contro Warsh".

Mercato ed economisti prezzano due 2027 diversi

Le proiezioni raccolte dalle fonti non convergono, e la differenza è il vero indicatore di quanto lavoro rimane da fare sul fronte delle aspettative.

ChiCosa prevede
FuturesAlmeno tre rialzi prezzati fino a marzo 2027
INGUn solo rialzo ("one and done"); Fed Funds al 4% a fine 2026 e a fine 2027
Economisti ReutersIl 53% vede almeno un altro rialzo entro fine marzo
Barclays (Millar)Due rialzi nell'anno
Goldman SachsIl ciclo restrittivo non interrompe il bull market

La distanza più significativa è quella tra ING e il prezzo di mercato. ING indica un Fed Funds al 4% sia a fine 2026 sia a fine 2027, valore che coincide con il limite superiore del range 3,75%-4% risultante dal rialzo di settembre: coerente con un singolo intervento. Nello stesso momento, rileva ING, i mercati scontano circa due rialzi e mezzo dopo settembre. Se il dot plot dovesse spostarsi anche solo da una a due mosse residue, la rilettura riguarderebbe l'intera curva.

Sul Treasury decennale, in prossimità del 5% secondo Wall Street Italia e attorno al 4,9% secondo ING, il rialzo trova comunque un mercato obbligazionario già pronto ad assorbirlo. Sul valutario ING si aspetta un supporto di breve al dollaro, con il DXY a metà del range annuale 96-102 punti dopo il picco di 101,80 toccato a giugno 2026, l'EUR/USD verso 1,1500 e l'USD/JPY in correzione verso 157-158; un indebolimento del biglietto verde è atteso nel corso del prossimo anno. Goldman Sachs guarda invece all'azionario: nei sette cicli di rialzo degli ultimi decenni l'S&P 500 ha perso in media il 2% nei primi tre mesi, per poi rimbalzare del 9% nei dodici mesi successivi al primo intervento. Il rapporto prezzo/utili forward è sceso da 22 a 19 volte dall'inizio del 2026 e l'indice quota a meno del 2% dai massimi storici: è il cuscinetto che, secondo la banca, assorbe l'impatto della stretta.

Il primo rialzo dal 2023 è quindi già nel prezzo. Quello che il mercato sta ancora cercando di capire non è il livello dei Fed Funds di metà settembre, ma quante volte la Fed ripeterà l'operazione: è sulla mediana del dot plot, non sul voto di mercoledì, che si gioca la credibilità di Warsh.

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