La Federal Reserve si riunisce il 28 e 29 luglio 2026 con i mercati che prezzano un rialzo dei tassi al 40%, nonostante il consenso unanime degli analisti punti al mantenimento. Dietro questa apparente contraddizione c’è un intreccio di petrolio oltre 100 dollari, un’inflazione core migliore del previsto e il nuovo corso comunicativo del presidente Kevin Warsh. Tre fattori che stanno riscrivendo le aspettative degli investitori, ben oltre la singola decisione di politica monetaria.
L’ombra del petrolio sulle scommesse sui tassi
L’impennata del greggio — spinto sopra i 100 dollari al barile dalle tensioni tra Stati Uniti e Iran — ha riacceso i timori di un’inflazione più persistente. Gli analisti di ING quantificano l’effetto: negli ultimi sette giorni, il rialzo del petrolio ha generato da solo un incremento di 20 punti base nelle aspettative di rialzo dei tassi Fed entro il primo trimestre 2027.
Il meccanismo è duplice. Da un lato, il costo dell’energia si trasmette ai prezzi al consumo; dall’altro, il mercato della benzina USA mostra un’anomalia: il prezzo al dettaglio si mantiene poco sopra i 4 dollari al gallone, un livello coerente con il petrolio attuale ma che non ha seguito al ribasso le temporanee discese del greggio sotto i 70 dollari. ING osserva che l’abbondante offerta interna di gas naturale ha finora mitigato le pressioni, ma la situazione resta fragile.
Perché l’inflazione frena i falchi (per ora)
I dati di giugno hanno sorpreso al ribasso: il CPI è risultato ben al di sotto delle attese e il mercato del lavoro ha creato solo 57.000 posti di lavoro non agricoli, contro una media di 164.000 nei tre mesi precedenti. Un raffreddamento che, secondo Damian McIntyre di Federated Hermes, spiega perché la Fed lascerà i tassi invariati in questa riunione.
La view è condivisa da Roger Rüegg di Swisscanto/ZKB, che giudica eccessive le aspettative di ulteriori rialzi entro fine anno. Nel suo scenario centrale, i tassi restano fermi per tutto il 2026. Più sfumata la posizione di Rikkert Scholten di Robeco: la nuova Fed ha un atteggiamento più restrittivo e, se l’inflazione si dimostrasse persistente, un rialzo di 25 punti base a settembre non è escluso.
La tensione tra dati benigni e timori geopolitici spiega la forbice nelle probabilità: il CME FedWatch segnalava un 30% di rialzo dopo l’impennata del petrolio, mentre i dati LSEG riportati da Reuters indicano un 40%. In una settimana, il CME è passato dal 10% a oltre il 30%, mentre LSEG è salito dal 20% al 40%.

Il fattore Warsh: meno guida, più volatilità
La vera novità strutturale riguarda lo stile di comunicazione della Fed. Marc Seidner e Pramol Dhawan di Pimco parlano di una svolta storica: Warsh starebbe riducendo deliberatamente la forward guidance per restituire incertezza ai mercati e favorire un dibattito interno più aperto.
“La Fed di Warsh sembra disposta a lasciare che i mercati agiscano in modo più autonomo”, scrivono i gestori Pimco, convinti che questo nuovo contesto possa rilanciare la gestione attiva e l’attrattiva delle obbligazioni. Una tesi che trova eco in Rushabh Amin di Allspring Global Investments: la banca centrale resta focalizzata sull’equilibrio tra stabilità dei prezzi e rallentamento dell’economia, e un ulteriore deterioramento dei consumi e del lavoro potrebbe pesare più di un singolo dato sull’inflazione.
I mercati stanno già reagendo a questa minore prevedibilità. Karl Schamotta, chief market strategist di Corpay, osserva che «i trader stanno adottando misure per preservare la liquidità e incrementano le posizioni lunghe sul dollaro» in vista della decisione. L’indice del dollaro si mantiene a 101,49, vicino ai massimi dal 25 giugno, mentre le probabilità di un rialzo entro settembre sono balzate al 95% secondo LSEG.
Dollaro, yen e obbligazioni: i mercati si riposizionano
Il riposizionamento non riguarda solo i tassi. Secondo i dati di Morgan Stanley, nella settimana conclusa il 24 luglio gli investitori hanno aumentato le posizioni lunghe sul dollaro e incrementato le scommesse ribassiste sulla sterlina. Lo yen, invece, scivola verso una nuova soglia psicologica: a quota 163,83 per dollaro, il Giappone è già intervenuto in aprile e maggio quando la valuta superò quota 160.
Schamotta descrive la situazione come «una partita a scacchi ad alto rischio con il Ministero delle Finanze». La Bank of Japan, che si riunisce questa settimana insieme alla Bank of England, dovrebbe mantenere i tassi invariati ma tenere viva la prospettiva di ulteriori rialzi per sostenere la valuta.
Sul reddito fisso, Pimco vede un punto di ingresso interessante agli attuali livelli di rendimento, indipendentemente dall’evoluzione del ciclo. Nicolas Forest di Candriam, invece, privilegia ancora l’azionario, convinto che l’inflazione resti strutturalmente più volatile e che i tassi siano destinati a rimanere elevati rispetto all’era pre-pandemica.
Lo spartiacque, per tutti, è la conferenza stampa di Warsh di mercoledì 29 luglio alle 20:00 ora italiana. Se il presidente confermerà la linea di minore guidance anticipata da Pimco, i mercati dovranno imparare a convivere con una Fed che non disegna più la strada in anticipo. Il costo dell’incertezza, per investitori e trader, è già visibile nelle probabilità di rialzo e nella volatilità valutaria di queste ore.
Fonti

Dario Valentinai, laureato in Economia e Commercio, è l’autore dei contenuti del blog resricerche.it. Esperto nel campo dell’economia e delle finanze che si occupa di scrivere contenuti informativi e approfonditi sui temi legati ai conti correnti, ai prestiti e ai mutui. Grazie alla sua competenza e conoscenza approfondita delle dinamiche finanziarie, è in grado di analizzare le ultime tendenze del mercato e di fornire consigli utili per aiutare i lettori a prendere decisioni informate riguardo alle proprie finanze personali.
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