Il petrolio torna sopra i 100 dollari e il mercato rivaluta quanto vale la sua copertura contro lo Stretto di Hormuz. Con l'oleodotto Est-Ovest saudita fuori servizio mancano all'appello fino a 4 milioni di barili al giorno, il 4% dell'offerta globale, e i prezzi accelerano: il WTI con consegna a ottobre viaggia a 102,73 dollari al barile (+2,68%), il Brent a novembre a 107,32 dollari (+2,59%). È circa un terzo in più rispetto agli 80 dollari di media sul Brent che ING indica come scenario base per il quarto trimestre 2026. La distanza tra prezzo di mercato e stime è la misura dell'incertezza che la chiusura ha introdotto.
L'oleodotto Est-Ovest è la valvola di sfogo dell'Arabia Saudita
L'oleodotto Est-Ovest attraversa il Paese da est a ovest e collega i giacimenti al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Ha una capacità di 7 milioni di barili al giorno. Negli ultimi sei mesi Riad lo ha usato per deviare circa 4 milioni di barili al giorno verso il Mar Rosso, aggirando la chiusura — causata dalla guerra — dello Stretto di Hormuz che ha paralizzato le esportazioni dei Paesi vicini. È l'unica via alternativa di cui il maggiore esportatore mondiale dispone per vendere senza passare da Hormuz.
Quella via ora è chiusa. Attacchi con droni partiti dall'Iraq hanno colpito l'infrastruttura e l'Arabia Saudita non ha fornito dettagli né sull'entità dei danni né su quanto l'impianto resterà fuori servizio. Chiusa la valvola, la copertura che finora conteneva il prezzo viene meno.
Il rally prezza un rischio che le stime non catturano
La questione non è solo quanti barili non arrivano sul mercato, ma il fatto che la chiusura rimuove l'elemento che fino a venerdì teneva calmierato il prezzo. Secondo acquirenti e operatori interpellati da Reuters e citati da ANSA, l'Arabia Saudita esaurirà le scorte destinate all'esportazione se non riattiverà l'oleodotto entro pochi giorni, con una conseguente perdita fino al 4% dell'offerta globale. Il mercato sta prezzando esattamente questo scenario.
Le stime degli analisti restano più caute. ING, in una nota ripresa da FinanzaOnline, conferma uno scenario base di 80 dollari al barile di media per il Brent nel quarto trimestre 2026, avvertendo però che l'escalation "avvicina lo scenario più pessimistico" e che non è chiaro quanto l'impianto resterà fermo. Mettendo a confronto i 107,32 dollari del Brent a novembre con il riferimento di 80 dollari, il mercato scambia il greggio europeo circa il 34% sopra quella media.
Le stime sui tempi di riparazione divergono
Sulla durata dello stop le fonti non concordano. ANSA riporta due versioni, entrambe attribuite a operatori di settore: una stima indica 5-6 settimane di lavori per riparare i danni, un'altra sostiene che l'oleodotto possa essere ripristinato prima e riprendere a pompare parzialmente anche mentre le riparazioni sono in corso. La differenza non è tecnica. È la variabile che separa uno shock di prezzo temporaneo da una crisi di offerta lunga, e spiega perché il mercato fatica a fissare un livello di equilibrio.

Il quadro politico non aiuta. La riunione tra i Paesi del Golfo — Iran incluso — prevista per oggi in Oman è stata rinviata per mancanza di consenso. Il tavolo doveva discutere la gestione dello Stretto di Hormuz. Senza quell'intesa, la prospettiva di una de-escalation diventa più remota.
Dal gas ai rendimenti, l'effetto domino
Il rincaro non resta confinato al greggio. Il gas scambiato ad Amsterdam segna 82,84 euro al megawattora con un +4,2%, aggiornando i massimi dalla fine del 2022. Le Borse asiatiche hanno chiuso in calo e l'Europa ha aperto contrastata.
Il canale di trasmissione più delicato è l'inflazione. La carenza globale di approvvigionamenti ha già spinto i prezzi dei carburanti ai massimi storici e i rendimenti dei titoli di Stato statunitensi ai livelli più elevati dalla crisi finanziaria del 2008. Un'ulteriore riduzione dei flussi sauditi alimenterebbe la stessa catena, con il costo dell'energia che si riflette su listini e bollette.
Cosa cambia per chi guarda pompa e bolletta
Un rapporto aiuta a inquadrare la scala. Se 4 milioni di barili al giorno valgono il 4% dell'offerta globale, l'offerta mondiale di petrolio si aggira intorno ai 100 milioni di barili al giorno. Il greggio che non passa più da Yanbu è quindi una frazione contenuta in termini assoluti, ma concentrata nel momento peggiore: un mercato già in tensione per Hormuz e privo di alternative pronte.
Per chi osserva i prezzi al consumo, la trasmissione segue due binari. Il primo è il carburante alla pompa, che ha già toccato i massimi storici prima di questo ultimo rialzo. Il secondo è il costo dell'energia per le imprese, che entra nei listini con qualche settimana di ritardo. Con il gas ai massimi da fine 2022 e il greggio oltre i 100 dollari, la pressione sui prezzi finali torna a salire proprio mentre la stretta delle banche centrali è ancora in corso.
La variabile che conta non è il numero di barili fermi, ma il tempo: le 5-6 settimane stimate da una fonte e il ripristino più rapido ipotizzato da un'altra sono, tradotte in prezzi, due scenari completamente diversi per il barile.
Fonti

Dario Valentinai, laureato in Economia e Commercio, è l’autore dei contenuti del blog resricerche.it. Esperto nel campo dell’economia e delle finanze che si occupa di scrivere contenuti informativi e approfonditi sui temi legati ai conti correnti, ai prestiti e ai mutui. Grazie alla sua competenza e conoscenza approfondita delle dinamiche finanziarie, è in grado di analizzare le ultime tendenze del mercato e di fornire consigli utili per aiutare i lettori a prendere decisioni informate riguardo alle proprie finanze personali.
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