UniCredit-Commerzbank: la resa politica di Merz e la spinta del rating. Il nodo del 12% tedesco

Dopo oltre un anno e mezzo di attriti, il cancelliere Friedrich Merz getta la spugna sulla scalata di UniCredit a Commerzbank. «Non stiamo ostacolando l’operazione, né abbiamo mai tentato di farlo», ha dichiarato il 15 luglio 2026, mentre S&P conferma il rating di UniCredit con outlook positivo e ipotizza un upgrade di due livelli sopra il giudizio sovrano italiano se l’integrazione andrà in porto. Il via libera politico è un passo decisivo, ma il 12% che Berlino conserva nel capitale della banca di Francoforte trasforma l’apertura in un paradosso tutto continentale.

L’arretramento tedesco: «Non ostacoliamo», ma le critiche restano

Le parole di Merz arrivano dopo che l’offerta pubblica di scambio ha portato UniCredit al 47,59% del capitale di Commerzbank, quota che sale a quasi il ~60% includendo i derivati con regolamento in contanti. Il cancelliere ha precisato che il governo non cederà il proprio 12%, ma ha dovuto riconoscere: «Accettiamo che una quota significativa degli azionisti di Commerzbank abbia preso una decisione diversa. È così che funziona un’economia di mercato».

La ritirata ha un peso specifico perché la vicenda, iniziata a settembre 2024, aveva visto prima l’esecutivo Scholz e poi lo stesso Merz opporsi con durezza, bollando le modalità della scalata come «inopportune e, sotto alcuni aspetti, aggressive». Adesso il governo prende atto del verdetto del mercato, un esito che fa piacere anche alla Banca Centrale Europea, da sempre contraria alle interferenze politiche nelle operazioni transfrontaliere.

La certificazione di S&P: rating blindato, premio all’integrazione

Secondo quanto riportato da Teleborsa, S&P ha confermato il rating di UniCredit con outlook positivo, ipotizzando che la banca possa essere valutata due livelli sopra il rating sovrano dell’Italia se l’integrazione con Commerzbank sarà completata. Un segnale forte: l’agenzia scommette sulla capacità dell’operazione di rafforzare il profilo di credito, riducendo la dipendenza dal rischio-Paese. In un contesto di tassi elevati e inflazione ancora sopra il 3% nell’area euro, il potenziale upgrade si traduce in minori costi di finanziamento e in un posizionamento più solido per la futura entità combinata.

Skyline di un quartiere finanziario europeo con due palazzi bancari classici che si fondono in uno, trendlines dorate ascendenti e monete d'oro, fusione bancaria transfrontaliera
Il via libera del cancelliere tedesco alla scalata di UniCredit su Commerzbank segna una svolta nel panorama bancario europeo, tra ostacoli politici e rating in miglioramento.

Il paradosso del 12%: Berlino azionista che non molla

Se da un lato Merz ha smesso di fare muro, dall’altro il governo federale resta il secondo socio di Commerzbank. Non venderà, e al momento «non è in discussione alcun cambiamento di questa posizione». C’è una tensione evidente: Berlino accetta la logica di mercato ma si tiene una poltrona nel consiglio di sorveglianza, con l’intenzione dichiarata di vigilare sul modello di business. «Sarei molto riluttante a vedere che il ruolo di Commerzbank nel finanziamento delle piccole e medie imprese tedesche non venga più svolto in futuro», ha avvertito il cancelliere.

Da un punto di vista numerico, l’effetto della posizione governativa si misura sulla reale adesione del mercato. Detratto il 12% pubblico che non ha partecipato all’offerta, il 47,59% raccolto da UniCredit equivale a circa il 54% del flottante: la maggioranza degli azionisti privati ha scelto di aderire, validando l’operazione anche senza il sostegno dello Stato.

Che cosa cambia per il risiko bancario europeo

L’accelerazione su Commerzbank rimette in moto il dossier delle fusioni cross‑border, finora frenate dall’incompletezza dell’Unione bancaria. Il via libera politico, per quanto sofferto, mostra che un governo può opporsi solo fino a quando il mercato non sceglie. E la prospettiva di un rating che si sgancia dal sovrano italiano allarga il perimetro dei benefici finanziari dell’integrazione.

Il punto critico resta la governance: con il 12% in mano a Berlino e una partecipazione di controllo ormai saldamente in piazza Gae Aulenti, la partita si sposta sulla capacità di UniCredit di gestire un azionista pubblico che chiede di preservare il credito alle Pmi tedesche. La vera prova non sarà più politica, ma operativa.

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